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Il valore terminale nel DCF: perché pesa così tanto

Simone Cilluffo, CEFA · Hartmer Equity Research · 23/10/2026 · lettura di 3 minuti

In un DCF tipico, il valore terminale, cioè tutto ciò che accade dopo gli anni di previsione esplicita, pesa più di tutti quegli anni messi insieme. È lì che le ipotesi contano di più.

Un esempio numerico

Prendiamo un'azienda con flussi di cassa operativi di 100, in crescita del 5% per cinque anni, un WACC dell'8% e una crescita perpetua del 2% (metodo di Gordon). Il 76% del valore d'impresa viene dal valore terminale.

Il valore terminale nel DCF: perché pesa così tanto: schema Hartmer Equity Research
Grafica Hartmer Equity Research. Esempi numerici illustrativi.

Basta mezzo punto di crescita perpetua per spostare il valore di circa il 7%: con il 2,5% il valore d'impresa sale del 7,3%, con l'1,5% scende del 6,2%. (Esempio illustrativo, elaborazione Hartmer.)

Le regole che usiamo

Il controllo nei modelli Hartmer

Ogni modello contiene un foglio di controlli che calcola il rendimento implicito sul nuovo capitale nel valore terminale e lo confronta con il ROIC e con il WACC. Se i numeri non tornano, il controllo lo segnala e, se necessario, il valore terminale viene ricalcolato con un reinvestimento coerente. Un DCF non è una previsione: è un modo disciplinato di rendere esplicite le ipotesi.

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Contenuto a scopo informativo ed educativo: non costituisce consulenza in materia di investimenti né raccomandazione su strumenti finanziari. Gli esempi numerici sono illustrativi, salvo dove è indicata una fonte con data.